La colonna di Sant'Antonio da Padova
Il restauro
Benchè la città di Sassari non sia tra quelle reputate molto inquinate,
vuoi per la mancanza di industrie, vuoi per il clima, egualmente la colonna
ha rivelato segni palesi di degrado. Ad accrescere i guasti dagli anni cinquanta
ad oggi hanno concorso la mancanza di manutenzione e l'azione costante
dei bio-deteriogeni.
Il progetto di restauro ha pertanto contemplato un ampia documentazione grafica
con particolareggiato rilievo fotogrammetrico, oltre una completa
documentazione fotografica e varie indagini non distruttive per la conoscenza
dello stato di alterazione dei suoi componenti.
La colonna non presentava lesioni tali da pregiudicare la propria statica
per cui le ispezioni sono state dirette preferibilmente sulla localizzazione
delle zone ove si riscontravano disgregazioni del materiale lapideo e lacune
significanti, onde determinare le cause del degrado e i successivi metodi di
intervento.
Il punto maggiormente compromesso dell'opera si è dimostrato
l'apice rappresentato dalla statua di Sant'Antonio in calcare di Padria,
intaccato dal cancro ove il processo di decomposizone si è spinto sino
al distacco della testa del santo.
Alterazioni non trascurabili sono state rilevate altresì nei rilievi delle
varie fasce, con lacune più o meno pronunciate, e negli elementi decorativi
circolari, richiamanti allegoricamente il tempo, nella parte interessata della fontana;
lacune sono apparse nel rocco dedicato alla scritta.
La presenza dei licheni, considerati spesso protettivi nei riguardi delle
superfici sulle quali si sviluppano, ha avuto un'azione corrosiva, prodotto dai
loro metaboliti acidi, trattandosi, come siè detto di pietra calcare.
Nei sottosquadri sono state individuate croste nere che con l'assorbimento delle
radiazioni solari ne hanno accrescito la dilatazione.
L'esistenza del calco originale, conservato dalla famiglia Tavolara, per la
realizzazione della statua del santo, ha indotto al suo pieno riutilizzo
non potendo apportare alcun risanamento al materiale lapideo ormai del tutto
fatiscente.
Nella pulizia dell'intera colonna si è dovuto procedere con grande accortezza
per evitare lo stacco di diverse parti deteriorate.
E'stato poi apportato l'incollaggio delle parti scolpite accusanti distacchi
anche a lievissime pressioni: un procedimento eseguito con adeguata pasta
epossidica.
Si è passati successivamente al tamponamento delle lesioni con stucco ottenuto
dalla polverizzazione di pietre dello stesso materiale lapideo della colonna,
impastato con resina appropriata e una percentuale molto contenuta di cemento.
Il metodo per l'incollaggio delle parti che, pur essendo in fase di distacco,
non era possibile sportare senza arrecare danni collaterali, è stato diverso;
dopo la chiusura delle lesioni si è iniettata a bassa pressione una
boiacca antiritiro ad alto potere adesivo atta a saturare le fessure interne
in virt&uigrave della sua fluidità.
Mediante l'utilizzo di malte tricomponenti si sono ricostruite le parti mancanti;
queste integrazioni hanno compreso anche il rifacimento di lacune presenti nelle
figure.
Alle opere di consolidamento e ricostruzione è seguita la fase del lavaggio
con leggeri getti d'acqua e soluzioni alcaline. L'ultima fase, non meno importante,
è stata la protezione della pietra realizzata con la stesura di un prodotto
di sperimentata affidabilità che garantisce la buona idrorepellenza, la
reversibilità, l'assenza di modificazioni cromatiche e la stabilità
chimica e fotochimica.
I lavori sono stati affidati, dalla SIP, all'Impresa del geom. Luciano Sini di
Sassari.
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