La colonna di Sant'Antonio da Padova
La scultura del santo in piazza Sant' Antonio
di Wally Paris
In vernacolo sassarese, con accenti esaltanti, furono scritti versi dal poeta
Salvatore Ruiu in onore della funtana di Sant' Antòni che
Eugenio Tavolara nel 1954 eseguì per la città di Sassari. Si
trattò di un avvenimento importante riportato dalla stampa locale,
evidenziando come, con quest' opera, E. Tavolara avesse raggiunto la
perfezione . Senza dubbio di tratto della realizzazione
sua più importante, quella che lo fece maggiormente amare dai suoi
concittadini.
L'intento era stato quello di attuare una colonna con altorilievi
rappresentanti la storia della città, sovrastata dalla statua di un santo
in modo che ci fosse il rispecchiamento di connessioni tra vita civile e
cultura religiosa tipico della cattolicità del nostro Paese. Vi è
un altro particolare, E. Tavolara, che in un articolo su L'arte sacra in
Sardegna del 1949 aveva lamentato che il clero locale, confondendo
talvolta il decoratore col pittore e il marmista con lo scultore, non aveva
più conferito incarichi agli artisti, evitando anche la loro
disinteressata consulenza, ritrovava con la commissione della colonna il
meritato riconoscimento del suo lavoro .
La scelta del santo ricadde su Antonio, ma non l' abate, come sarebbe stato
più logico in considerazione del punto preselto per la colonna stessa.
Si tenga presente che la tempo della cintura muraria della città, nei
pressi dell' attuale piazza, una "porta" era dedicata all'omonimo santo, oltre
al fatto che da secoli un achiesa a lui titolata connota il medesimo luogo.
"Per un errore toponomastico", come rammentano in Sassari e il suo volto
Aldo Cesaraccio e Vico Mossa, fu invece prescelto
Sant'Antonio da Padova , senza che ciò spiacesse alla popolazione,
in quanto entrambi i santi avevano sufficienti meriti per essere innalzati
al sommo della colonna. Si rammenta che "la cieca fiducia del popolo nel potere
taumaturgico di quest' ultimo santo" è una fiducia che per lo studioso
A. Rigoli si "pone alla radice delle manifestazioni di
culto popolare a lui dedicate in ogni parte d'Italia".
Nella chiesa di San Pietro di Silki un quadro seicentesco raffigura Sant'
Antonio da Padova con il Bambino Gesù, attorniato da scene salienti
della sua vita, effigiato come un adolescente con quella grazia ingenua
ricorrente nelle immagini popolaresche .
Da un punto di vista agiografico si ravvisano in questo dipinto gli avvenimenti
prediletti dalla leggenda che lo riguardano, alcuni dei quali vengono qui
ricordati per spiegare i motivi di tanta devozione nel mondo cattolico.
Nato a Lisbona fu detto "di Padova", perchè nella città veneta
lasciò i ricordi più vivi della sua attività, ove morì
e si venera il suo sepolcro ; ordinato sacerdote a
Coimbra, infervorato dal desiderio del martirio, in occasione del passaggio
delle reliquie di cinque protomartiri francescani per la sua città, egli
desiderò entrare nell'ordine dei Minori e partire per il Marocco; ma in
Africa, a causa di una grave malattia, fu costretto a ritornare in patria.
Fonte costante di culto, come si è detto, è la fama dei suoi
miracoli, benchè la loro storictà, finchè fu in vita venne
posta in dubbio da vari critici moderni . Il motivo
del loro scetticismo era dovuto all'attenzione volta ai medesimi miracoli in
fonti tarde, quali la leggenda Regaldina el il Liber miracolorum
. Di contro la leggenda Assidua riferisce di un'estasi prima della
sua morte, nonchè di prodigi del tipo della guarigione della fanciulla
rattrappita per le via di Padova. Dopo la sua scomparsa molti furono i
miracoli attribuitigli su ciechi, sordi, muti, gibbosi, febbricitanti, sin'anche
a raggiungere due resurrezioni; la rappresentazione di simili prodigi si ebbe
più precisamente un ventennio dopo la canonizzazione
.
Il mirabile ciclo illustrativo della basilica di PAdova ha il suo fulcro nei
bassorilievi donatelliani dell'altare del santo, ai quali va il merito di
aver contribuito ad ampliare il corpus delle rappresentazioni
antoniane. eugenio Tavolara non si ispirò comunque nè alla scultura
in bronzo del santo della detta basilica, nè a quella in marmo di Jacopo
Sansovino per la chiesa di San Petronio di Bologna. Entrambi questi simulacri
presentano Antonio con il giglio e un libro, riferimenti simbolici al voto di
castità e al fatto di essere stato, tra l'altro, anche dottore della
Chiesa. Tavolara preferì rappresentarlo invece con il Bambino Gesù,
ossia secondo un'iconografia più recente.
Da un punto di vista teologico la vita di Antonio può definirsi
cherigmatica e pastorale; ovvero egli si dedicò perennemente alla
predicazione, prediligendo i temi sulla morale e sulla virtù. Della prima
lo interessarono i vizi della societ&grave del suo tempo come l'avarizia, la
lussuria e l'usura; della seconda sentì fortemente il sentimento della
mortificazione, senza escludere la castità e la povertà, esaltate
da Francesco d'Assisi. Egli proclamò inoltre la superiorità della vita
contemplativa su quella ttiva ed ebbe diversi precorrimenti verso la
problematica della teologia mistica ampiamente praticata in epoca medievale.
Secondo Maria Letiza Casanova, studiosa della materia, uno dei principali
motivi dell'enorme ricchezza di partiti iconografici fioriti intorno
all'immagine del santo, sin dal secolo XIII, è l'immediata canonizzazione
all'indomani della sua morte, avvenuta nel 1232. E nonostante alcun documento
contemporaneo avesse tramandato il vero aspetto del taumaturgo, la tradizione
letteraria lo volle di "tratti grossolano e corpulenti e
di taglia inferiore alla media".
Le raffigurazioni più antiche lo rappresentano
senza spiccati segni individuali, tanto che nel dittico di scuola toscana del
Duecento, ora agli Uffizi, soltanto le stimmate contraddistinguono Antonio da
Francesco nel gruppo ai piedi della Vergine. Da ciò si evince che i primi
caratteri denotanti, quali il saio ed il volto giovanile, furono desunti proprio
da Francesco d'Assisi. Il ramo di giglio accompagnò il santo a partire dal
secolo XV, allorchè Donatello, scolpendo il suo simulacro per la basilica
padovana, l'inserì definitivamente nella tradizione
iconografica .
L'apparizioen di Antonio col Bambino Gesù divenne popolare alla fine del
Quattrocento ad opera del Liber miraculorum, quantunque questo tema
si ritrovi di preferenza nel periodo della Controriforma cattolica, soprattutto
in ambito spagnolo e, di rimando, in quello sardo influenzato dalla stessa
cultura artistica. GLi innumerevoli esempi esistenti nell'isola ribadiscono tale
inclinazione; si vogliono qui rammentare, oltre il Sant'Antonio del dipinto
seicentesco della già citata chiesa di San Pietro in Silki, l'immagine del
medesimo conservata nella sacrestia della chiesa di San Francesco ad Alghero.
Il santo di Eugenio Tavolara si presenta stante in atteggiamento ieratico che
ricorda, alla lontana, molte Madonne quattro-cinquecentesce di discendenza
gotico-catalana; si veda la figura del Bambino presentato con tutta la sacralità
avvertibile in simulacri della stessa epoca, quali la Madonna col Bambino
della cattedrale di Bosa e l'analogo della chiesa romanica di San Pietro di
Sorres di Borutta, senza escludere la Madonna del fico di
San Pietro in Silki .
L'intaglio dei cappelli, operato da Eugenio Tavolara su Antonio e sul Bambino,
palesa maniere arcaiche riverberanti il periodo trado medievale; lo slancio
della figura del santo, solida come una colonna, rivela a sua volta una
solennità rintracciabile nella plastica tardo antica. Eugenio Tavolara
riflettè nella figura di Antonio una tendenza desunta dalla scultura
dalla fine dell'età classica e gli inizi del cristianesimo.
Il corpo attesta un'evidenza plastica soprattutto nel volume delle spalle,
solide, ampie e ben strutturate; il resto del corpo si cela sotto un saio
disegnante rare pieghe, accennate come se si trattasse si lumeggiature: ossia di
quei segni che nelle icone bizantine indicano panneggi senza profondità
nè consistenza. In questi due rapporti costruttivi, si coglie un linguaggio
composito sotteso ad una sintesi di forme che, partendo dal momento tardoantico,
si ricongiunge con il romanico, assorbendo il tardogotico per finire nel
contemporaneo. Non si dimentichi quanto grande fu l'ammirazione di Eugenio
Tavolara per Arturo Martini e il riflesso che ebbe l'opera del maestro
trevigiano sullo scultore sassarese. Anche Martini guardò al passato e seppe
rielaborare con la sensibilità dell'uomo moderno la
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