Le riflessioni che si sono accompagnate alla chiusura della cinquantatreesima edizione della mostra del Cinema di Venezia hanno ruotato, per buona parte sul fatto che essa potrebbe essere stata l'ultima di una fase dominata dal burocratismo e dalla dipendenza dal potere pubblico. Le premesse di un rinnovamento profondo ci sono, a iniziare dalla volontà del governo, impersonata da un ministro notoriamente cinefilo come Walter Veltroni, che ha scelto proprio il Lido per annunciare le linee guida di quella che dovrebbe essere la Biennale del terzo millennio.
Una riforma imperniata su un netto distacco fra Ente e potere politico, snellezza delle strutture, assetto privatistico dei rapporti di lavoro. Certo è che, al punto in cui si è giunti, se non saranno mutati radicalmente aspetto giuridico e impostazione politica, la Biennale di Venezia e, con essa, la mostra del cinema non potranno che vivacchiare alla meno peggio.
Oggi, infatti, appare un miracolo che la Mostra riesca ogni volta ad aprire i battenti e a chiuderli in un modo dignitoso dopo un paio di settimane di proiezioni e dibattiti.
Sono problemi gravi che mettono in secondo piano gli stessi film in cartellone e che quest'anno hanno inciso negativamente non meno che negli anni passati.
Detto questo si deve accennare al verdetto della giuria che ha coronato "Michael Collins" di Neil Jordan. Il film è dedicato a uno dei fondatori della repubblica Irlandese, ucciso da una fazione avversa pochi mesi dopo che la vecchia provincia britannica si era guadagnata il diritto di erigersi in stato sovrano.
L'opera ha ottenuto due premi - il Leone d'oro e il riconoscimento per la migliore interpretazione maschile andato a Liam Neeson - ed è una di quelle grandi produzioni in stile hollywoodiano pregevoli per confezione tecnica e professionalmente corrette, ma nelle quali il gusto alla semplificazione - i buoni da una parte, i cattivi dall'altra - finisce col deludere chi sa quanto complesse, contraddittorie, ricche di zone d'ombra siano le vicende storiche, anche quelle apparentemente più lineari.
Se si esclude. poi, il discutibile premio alla migliore interprete femminile, assegnato alla bimba di 5 anni (!!!) che compare nel film "Ponette" di Jacques Doillon (una decisione sconcertante per motivi etici e artistici: come può una bambina quasi inconsapevole essere valutata come una grande attrice e quale futuro le si riserva?), l'insieme dei riconoscimenti è stato esente da clamorosi errori; un giudizio meditato e moderato come si addice a una vecchia signora un po' malandata, ma ancora affascinante.
Per quanto riguarda, infine, la sottovalutazione di "The Funeral" di Abel Ferrara (in Italia è uscito con il titolo "Fratelli") che tanto è piaciuto alla critica e di cui la giuria si è ricordata solo per la coppa volpi a Chris Penn, quale migliore attore non protagonista, c'è da dire che si tratta di un'opera forte e di grande impatto, ma pervasa da una tendenzialità stilistica e da un sovraccarico di violenza tali da far comprendere la ritrosia dei giurati ad elevarla a maggiore dignità.
Timori comprensibili, ma non del tutto giustificati per un film in cui si traccia un ritratto impietoso della mafia degli anni '30 a partire dalla veglia, di tre fratelli alla bara di un quarto consanguineo misteriosamente ucciso all'uscita di un cinema in cui si proiettava "La foresta pietrificata" di Archie Mayo, un film del 1936.
Certo che appare ancor meno comprensibile il fatto che i giurati si siano dimenticati del tutto di un film come "Basquiat", esordio del pittore e scultore Julian Schnabel, dedicato a un artista contemporaneo e amico di Andy Warhol. Un film che descrive con grande intelligenza un'epoca e un clima culturale, quello dei primi anni ottanta, riuscendo, nello stesso tempo a disegnare un profilo psicologico attendibile e preciso di un artista grande quanto inquieto.
Particolarmente dolorosa, poi, il totale oblio che ha colpito un film come "Party", ultima fatica di uno dei grandi maestri del cinema mondiale, il quasi novantenne Manoel De Oliveira. Con taglio narrativo fra il teatrale e il surrealista il grande regista portoghese racconta le storie incrociate di due coppie, una formata da un irriducibile "bon viveur" e una famosa cantante lirica, l'altra da due rampolli dell'alta borghesia. Schermaglie amorose, voglie di fuga, sogni di tradimenti il tutto ridotta a cicaleccio quasi insensato e a commedia grottesca: una vera sferzata alle convenzioni e all'ipocrisia borghese.
Per quanto riguarda la presenza italiana vanno segnalati almeno due titoli: "Vesna va veloce" di Carlo Mazzacurati e "Cronache del terzo millennio" di Francesco Maselli. Nel primo si racconta l'odissea di una ragazza proveniente dalla Repubblica Ceca che rimane clandestinamente nel nostro paese guadagnandosi la vita come prostituta. La donna incontra un muratore stagionale emarginato e fallito quanto lei, un'amicizia e un amore che illuminano per un momento, solo per un momento, due esistenze destinate a perdersi.
Molto più complesso e con forte struttura metaforica il film di Citto Maselli tutto girato all'interno di un palazzone fatiscente destinato alla demolizione e abitato da un'umanità marginale, sfruttata, disperata, che sintetizza il destino che attende gran parte dell'umanità nel secolo che sta per aprirsi. Il momentaneo spirito solidaristico che spinge questi disgraziati a unire gli sforzi per evitare la demolizione dell'immobile si trasforma, non appena il pericolo è cessato in forme ancor più feroci di sfruttamento: i poveri di ieri ora angariano e segregano gli emigrati dall'estremo oriente, sfruttano e opprimono non meno degli invisibili padroni che stanno altrove. Una visione disperata del futuro dell'umanità appena mitigata dal gruppo di giovani che, nel finale, ci viene mostrato mentre studia e riflette nei fondi dell'edificio ormai trasformato in immensa fabbrica di profitto.
Umberto Rossi
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