Dall'esaltazione sacrale alla schiavitù
postribolare, da risorsa economica coatta alla riconosciuta
leicità dell'offerta, dalla disumanizzazione alla virtualità:
la prostituzione di ieri a quella di domani
Ne è trascorso di tempo da quando, nell'antichità, il mito della prima donna che andò a coincidere con il mito della Terra, depositaria di ogni seme e forza vitale, dette luogo alla prostituzione ritualizzata in una duplice versione.
Sotto forma di culto della fecondità (parto e allattamento = animale = donna = selvaggina = preda inseguita da cacciatori umani e divini), oppure di dono all'ospite come gesto di generosità o esibizione del dare, ma soprattutto come reiterazione del dono con cui gli dei avevano creato il mondo e dato la vita.
Il poeta Esiodo, VIII sec. a.C., parlando di "dannoso genere femminile" nello sfondo nell'ambito culturale della Grecia antica in cui sesso e fecondità aleggiano come mistero mai penetrato, dà luogo a quella perpetua oscillazione tra esaltazione e negativizzazione della donna.
Tale cultura adotterà la logica maschile che confinerà la donna o nel ruolo rassicurante di sposa, madre o sacerdotessa, oppure immagine portatrice di disordine, perché in grado di esprimere con il corpo forti cariche di desiderio ma rifiutandosi, nel contempo, di assoggettarsi alle regole di una società regolata dall'uomo.
La prostituta era comunque oggetto di
grande rispetto. Erodoto narra che " in tempi passati
la prostituta era una sacerdotessa dedicata agli dei e dandosi
a qualcuno essa compiva un atto di adorazione. Era trattata
con rispetto e gli uomini nell'usare di lei la onoravano".
E presso i babilonesi era legge "che almeno una volta
nella vita le donne dovessero recarsi al tempio di Isktar
(Afrodite) e lì concedersi allo straniero che, scegliendole
tra le altre, gettava loro delle monete".
Provvidero i Padri della chiesa a fare ordine di quelle pratiche. Da Sant'Agostino a Tommaso d'Aquino sarà tutta una serie di invettive che bollano la prostituzione tra gli atti più immondi e a paragonarla alle fogne del palazzo "le fogne restano fogne, ma sono necessarie".
Da allora le prostitute sono sempre
state trattate come feccia della società; poco contava
che fossero utili al Palazzo, erano invisibilmente presenti,
condannate di giorno e frequentate di notte.
Con il pio Carlo Magno si passa dalle
parole ai fatti. L'imperatore, constatando che molti ginecei
dei centri feudali erano ricettacoli di prostitute e la stessa
reggia di Aquisgrana ne fosse infestata, emana nell' 809 il
capitolare "De disciplina palazii aquisgraniensis"
per effetto del quale le indesiderate ospiti vengono condotte
nella pubblica piazza e fustigate. I Carolingi aggravarono
via via le pene passando al taglio delle orecchie, al marchio
col ferro rovente, all'immersione nell'acqua gelida.
Finalmente il mercato del sesso entra nel mondo del mercato del lavoro.
Enrico II a Londra nel 1161, Filippo Augusto in Francia agli inizi del XIII sec. riscoprono il "Ditterio", istituito a suo tempo da Solone (un vero e proprio ente di stato le cui entrate venivano versate nelle casse dell'erario), e inaugurarono i postriboli.
In tutta Europa si diffonderà un'ondata di legalizzazione postribolare connessa alle crescenti esigenze di autofinanziamento degli stati.
Tra il XVI e il XVII sec. la prostituzione diventa espressione generalizzata di marginalità sociale. Le trasformazioni dell'agricoltura, l'aggravio persistente sui piccoli proprietari terrieri dei diritti signorili, il notevole aumento demografico fanno crescere, ma ponendoli fuori dalla società, una massa di diseredati.
Alla prostituzione "professionale e censita" si assomma una prostituzione coatta, latente e ubiqua: un esercito di prostitute di riserva oggetto, nel 600, di quella che Focault chiamerà la grande reclusione" che riempirà gli istituti di correzione, gli ospizi, le navi dei deportati nei possedimenti d'oltremare.
In questo periodo e ininterrottamente
sino ad oggi vigerà una correlazione che andrà
ingigantendosi, in proporzioni geometriche, tra aumento delle
classi povere e diffusione della prostituzione.
Negli anni che seguono il secondo dopoguerra e sino alla metà degli anni '80, in Italia e in Europa, la prostituzione, considerata fenomeno inalienabile, è stata sempre più concepita come comportamento individuale lecito, lasciato alla libera scelta delle persone che la esercitano, sufficientemente tutelata da forme di sfruttamento organizzato.
L'ampia affermazione dei diritti della donna nell'ultimo quindicennio ha garantito anche alle prostitute un'appropriazione del proprio corpo, restituendo loro più ampi diritti personali e rendendole artefici della libera commercializzazione del proprio sesso, imprimendo così una spinta soggettiva ad un mestiere da sempre passivo, accettato come mezzo equilibratore tra persone (corpi), famiglia e società.
Alle soglie del terzo millennio, però,
questo rapporto viene squilibrato perché è profondamente
mutata la correlazione tra i fattori storici anzidetti. Il "cliente"
agisce cioè in un sistema connotato da tre fenomeni del
tutto nuovi: 1) un'offerta che soverchia gradualmente la domanda;
") la dissoluzione dei valori della famiglia nell'ideologia
del consumismo; 3) il sesso cybernetico.
1) Il sistema che la popolazione mondiale entro il primo quarto del 21° sec. sia destinata a superare ampiamente i sei miliardi, in base al coefficiente medio di accrescimento annuo del 1,8%.
Al contrario, i Paesi ricchi dell'ovest
europeo registreranno fenomeni di denatalità e saranno
invasi da un'importante massa di votate alla prostituzione proveniente
da quelle aree a forte espansione demografica, già
adesso non in grado di assicurare neppure sistemi minimi di
sopravvivenza. Ondate di nigeriane, ghanesi, brasiliane, russe,
slave, albanesi, filippine hanno già oggi sconvolto il
mercato: sono disposte a fare tutto e a prezzi da saldo.
2) Freud aveva sostenuto che l'uomo, il "cliente", prodotto storico della paura del rispetto per le donne e dei tabù, sviluppa la sua piena potenza solo di fronte ad un soggetto sessuale degradato. Negli ultimi anni il desiderio di degradazione si è sviluppato ed esteso in rapporto inverso alla capacità di contrattazione economica. Coloro che spendono di più in fatto di sessualità si arrogano il diritto di ottenere degradazioni (travestiti, transsessuali, pedofilia, libero scambismo).
Intanto i mass-media e l'etica del consumismo non parlano altro che di sesso, divenuto ragione di tutto. "Il potere dei consumi ha introdotto la necessità della libertà di coito. Ci si sente in diritto di consumare, di fare esperienze, di provare tutto. La libertà sessuale della maggioranza delle persone è un obbligo, un dovere sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore (A. Righetti)".
Il sesso è divenuto cioè
un prodotto da consumare come e più di qualsiasi altro,
un bisogno indispensabile del superfluo che si colloca nel
bisogno irrefrenabile della contrattualità: più
contratto, più consumo, più esisto.
3) L'esigenza amplificata del consumo conduce a crisi di identità, alla rarefazione delle pulsioni individuali, ad una a-individuità.
E' il computer che gradatamente fagocita l'individuo, il suo schermo è il teatro della nuova sessualità, Internet è il laboratorio che fornisce la più nuova ed ampia degradazione all'io postmoderno.
Internet è un'isola libera e felice,
aperta e disponibile, popolata da creature della mente offerte
a viaggiatori non più in crisi d'identità, bensì
ormai privi di identità.
Mario Parisi
Publinetwork®
(Trade mark of
SIR S.r.L.
). All rights reserved