Venezia: 54a mostra del Cinema
Su una cosa gli osservatori della 54ª mostra Internazionale d'Arte cinematografica di Venezia sono trovati d'accordo: non è stata un'edizione memorabile.
Il giudizio non riguarda solo la qualità dei film in cartellone, bensì l'intera struttura della manifestazione. Il valore e il gradimento delle opere sono passati in secondo piano rispetto al giudizio sull'insieme della proposta.
Quest'anno la Biennale aveva un nuovo gruppo dirigente, nominato nell'attesa di quella riforma dello statuto che dovrà ridare slancio all'intero Ente. Il settore cinematografico era stato affidato, con contratto valido per un solo anno a Felice Laudadio, che ha avuto la qualifica di "curatore" anziché quella di Direttore a pieno titolo. Una posizione transitoria che avrebbe consigliato interventi misurati. Laudadio, invece, ha preferito presentarsi con il volto dell'uomo nuovo, dell'organizzazione che fa terra bruciata del passato. N'è nata una ribellione sorda, innestata nelle vene di un organismo parastatale abituato, a quasi un secolo, a rispettare più i tempi e le norme della burocrazia pubblica che quelli dell'efficienza aziendale.
Questa è una delle ragioni di un accumulo d'errori organizzativi che, quantomeno nei primi tre/quattro giorni, hanno disseminato il calendario d'incidenti di percorso e pasticci di programmazione quali mai si erano visti in questa manifestazione. Quella che doveva essere un'edizione di svolta, rispetto ad un passato grigio e burocratico, si è tramutata in occasione di rimpianto per tempi non molto gloriosi, ma certo meglio pianificati.
Per quanto riguarda i film e, indirettamente, il verdetto della giuria, non si È vista abbondanza di testi di gran livello.
L'opera coronata con il Leone d'Oro, Hana-Bi - Fuochi d'artificio - del regista e attore giapponese Tekeshi Kitano, era fra le migliori viste al Lido, anche se tutt'altro che clamorosa. E' la storia della vita e la morte di un poliziotto che alterna melanconia, violenza e sentimento. Una proposta che quasi ripropone un altro film, di quattro anni fa, dello stesso regista:
Sonatina (Sonatine, 1993).
Un discorso parzialmente analogo vale per Ovosodo di Pasolo Virzì, vincitore del Gran Premio speciale della Giuria. Virzì prosegue il discorso avviato con La bella vita (1994) e Ferie d'agosto (1996). È un'analisi della società italiana sviluppata a partire da piccoli fatti che segnano l'esistenza quotidiana degli umili. Siamo a Livorno e il regista racconta, con tratti che sembrano contenere alcuni elementi autobiografici, l'educazione sentimentale di un ragazzo d'umile estrazione, inserito in una scuola frequentato da giovani provenienti dalla media e alta borghesia. Lui finirà col fare l'operaio, mentre i "rivoluzionari", che tanto lo avevano affascinato all'epoca dei banchi di scuola, rientreranno nei ranghi e goderanno di dorate prospettive di vita. Una commedia di costume che si ricollega ad uno dei più gloriosi filoni del nostro cinema, nei meriti e nei difetti. Meriti per la sensibilità con cui affronta alcuni problemi del vivere moderno. Difetti per un'impostazione espressiva che tende ad avvantaggiare la battuta, il dialogo brillante più che il linguaggio delle immagini.
Per quanto riguarda gli altri riconoscimenti, spesso distribuiti più con intelligenza diplomatica che non per gli effettivi meritati delle opere, un rilievo particolare ha assunto quello per la migliore fotografia, andato a Ossoss (Ossa) del portoghese Pedro Costa.
Un film difficile, basato più su sensazioni visive che non su una vera e propria storia. Un quadro di degrado sottoproletario commuovente e ammaliante, raccontato con uno stile frammentato e con una struttura volutamente priva di linearità narrativa.
Analogo discorso per i premi per le migliori interpretazioni, come dimostra il riconoscimento andato a Wesley Snipes, protagonista professionalmente corretto di un modesto One Night Stand (Una notte d'attesa) dell'inglese, ma attivo negli USA, Mike Figgis. Si tratta di una storia d'amore abbastanza convenzionale alla cui costruzione concorrono richiami al dramma dell'AIDS, riflessioni morali sulla liceità dell'adulterio, blande tirate antiborghesi. Un film falsamente controcorrente, orchestrato col medesimo registro su cui è stato costruito, dallo stesso regista, quel Via da Las Vegas (1995) che fece ottenere all'autore, nel 1995, due nomination all'Oscar.
Sempre in tema di relazioni coniugali, da segnalare il riconoscimento per la miglior sceneggiatura, attribuito a Gilles Taurand e Anne Fontaine per Netoyage a sec (Lavaggio a secco), diretto dalla stessa Fontaine. Al centro del film una coppia che gestisce, nella provincia francese, una lavanderia a secco. Una notte i due incontrano un ragazzo che anima - con la sorella -, un numero di travestiti dal vago sapore trasgressivo. Entrambi s'innamorano del giovane, tuttavia, mentre la donna ha il coraggio di portare sino alle estreme conseguenze il forte sentimento che le è nato in cuore, l'uomo lo reprime, sino ad esplodere in una vera furia omicida. Un tema coraggioso e interessante, svolto con capacità inferiori a quelle richieste dalla complessità della storia.
Fra i nomi più attesi alla rassegna veneziana c'era quello di Wayne Wang, il cui Smoke (premio speciale della giuria al Festival di Berlino 1995) aveva destato larghi entusiasmi. Purtroppo non altrettanto avviene con Chinese Box (Scatola Cinese) cui la giuria della mostra ha concesso, con troppa generosità, il premio per la migliore musica originale. Siamo a Hong Kong nei mesi che precedono il ritorno della colonia alla Cina Popolare. La storia di quest'evento politico s'intreccia con la grave malattia che, nel giro di poche settimane, chiude l'esistenza di John, un giornalista inglese che vive nella "città stato" da quindici anni. La parabola parallela delle due estinzioni, quella del colonialismo britannico e quella della vita del protagonista, è a sua volta collegata alla melodrammatica storia d'amore che unisce il giornalista ad una prostituta cinese d'alto bordo. Purtroppo non si va oltre la metafora ovvia e scontata, mentre la storia d'amore interraziale aggiunge poco a ciò che palcoscenici e schermi ci hanno proposto da Madama Butterflay in poi.
La mostra ha presentato tre film che hanno tenuto a lungo le pagine dei giornali, anche se in un caso non certo per ragioni commendevoli.
Due di queste opere, quelle più interessanti, erano inserite nel cartellone della Settimana Internazionale della Critica Cinematografica. E' questa una rassegna, autonomamente gestita dal sindacato Italiano Critici Cinematografici, ritornata nel programma della Biennale dopo tre anni d'assenza.
con Tano da morire Roberta Torre ha avuto un'idea straordinaria: affrontare la Mafia con un film musicale, basato sulla
vita e la morte di Tano Guarrasi. Questi era un piccolo boss della Vucciria, il quartiere che ospita il più grande mercato alimentare di Palermo, soggetto anche di un famoso quadro di Renato Guttuso.
La storia dell'uccisione di questo "mafioso di quartiere" è messa in scena come una sgangherata rappresentazione musicale cadenzata da samba, rap, e sceneggiate. Il tutto affidato alle musiche di Nino d'Angelo. Un film originale, costruito come un fotoromanzo con colori, scene e interpretazione - gli attori sono stati rigorosamente "presi dalla strada" - molto godibili.
Le polemiche sulla liceità ad affrontare il dramma della mafia in modo ironico sono state scatenate da chi, molto probabilmente, non aveva ancora visto il film. Altrimenti avrebbe capito che alcune scelte di regia, prima fra tutte quella di rappresentare Cosa nostra come un'associazione a forte contenuto omosessuale, erano ben più coraggiose di quelle proposte da decine di "Piovre".
altre polemiche per Gummo del giovanissimo regista americano - 23 anni! - Harmony Korine. Qui siamo nell'America profonda, un immenso panorama di miseria, degrado morale, alcolismo e droga che quasi mai compare sugli schermi. Con un taglio narrativo rapsodico, in cui vi è traccia di linearità, il regista affresca un mondo popolato di mostri dalle sembianze umane.
Giovanissimi che uccidono e torturano gatti destinati ad essere serviti come cibo in ristoranti cinesi. Ragazzi che vivono in case comprese le loro stesse abitazioni - si nutrono di cibi immondi, messi insieme in modo ancor più disgustoso, grufolano felici nella sporcizia. Il regista, che ha sceneggiato anche il molto discusso Kids di Larry Clark, usa un linguaggio anarchico, privo di qualsiasi connessione logico-temporale, ma di grande suggestione. Il film È stato accusato di crudeltà verso gli animali; questo da parte di chi non aveva presta fede alle parole del regista. Harmony Korine, infatti, ha ripetuto più volte che non ama i gatti, ma anche aggiunto che quelli che sono martoriati nel film erano solo fantocci di plastica.
Assai diverso il caso di Porzus, il film che Renzo Martinelli ha dedicato all'uccisione, nel 1944, di un gruppo di partigiani cattolici da parte di una formazione comunista. Anche mettendo da parte il clima di un'epoca segnata da feroci conflitti, non confrontabili con quelli di un periodo di pace, pur sorvolando sulle forzature imposte dagli interpreti da una sceneggiatura allo sbando, anche tacendo delle incongruenze storiche e degli errori nei costumi e nelle divise; pur dimenticando tutto questo, ciò che resta è un film la cui struttura è assai più vicina a quella di un "western spaghetti" che non all'opera di revisione storica cui ambirebbe il regista.
Umberto Rossi
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