Le nuove Migrazioni
Affrontiamo questo tema con una serie di articoli che ci ha inviato Maura de Barbieri, una nostra collaboratrice che da alcuni anni lavora in Marocco
Le cause delle nuove migrazioni internazionali sono varie e complesse. In esse intervengono infatti sia dei fattori di espulsione presenti nei Paesi di esodo, sia dei fattori di attrazione, presenti nei Paesi di approdo.
I fattori di espulsione rimandano ad un insieme di situazioni demografiche, economiche, sociali, politiche e culturali strettamente correlate. L'esplosione demografica è una delle cause che determinano il potenziale migratorio; essa ha interessato e continua ad interessare la maggior parte dei Paesi del Terzo Mondo. Fra il 1950 e il 1990 la popolazione del mondo si è più che raddoppiata, passando da 2,5 miliardi a 5,2 miliardi. A questo incremento però, i Paesi sviluppati hanno contribuito con circa 400 milioni di unità, mentre quelli sottosviluppati con 2,3 miliardi di unità: un apporto di quasi 6 volte superiore. Dei circa 90 milioni di esseri umani destinati a venire al mondo ogni anno tra il 1990 e la fine del secolo, 84 milioni nasceranno nei Paesi sottosviluppati e 6 milioni in quelli sviluppati. Pertanto la popolazione di questi ultimi costituirà 1/5 della popolazione mondiale nel 2000 e 1/6 nel 2025.
Questi sconvolgimenti demografici senza precedenti sono destinati a determinare sia una crescente tendenza a un generale rimescolamento della popolazione su scala mondiale, sia delle fortissime tensioni regionali all'interno di determinate aree già interdipendenti tra loro.
Va inoltre ricordato che, mentre la popolazione del mondo diventa sempre più giovane (metà di essa ha oggi meno di 25 anni), quella dei Paesi sviluppati invecchia, per effetto del concorso di un incremento demografico basso, nullo o negativo e del prolungamento della durata media della vita. Ciò comporta una consistente contrazione della popolazione in età produttiva, mentre nei Paesi del Terzo Mondo aumenta a dismisura l'esercito di riserva dei disoccupati.
Sulla base di queste semplici considerazioni si può prevedere un ulteriore aumento della pressione migratoria dal Sud al Nord del mondo. Ben nota e già ampiamente illustrata dal nostro giornale è la tendenza all'aumento del divario esistente tra i Paesi sviluppati, che già oggi dispongono di quasi l'80% del prodotto mondiale, pur contando solo il 20% della popolazione, e i Paesi sotto- sviluppati, che dispongono del rimanente 20% benché rappresentino l'altro 80%. Secondo i dati delle Nazioni Unite, oggi nel mondo circa 1 miliardo di persone soffre la fame, i morti per fame sarebbero 50 milioni l'anno di cui 15 milioni di bambini. Meno noto è che, per la crescente sperequazione interna determinata dai cosiddetti processi di sviluppo, nei Paesi più poveri, ma anche in molti di quelli a un grado di sviluppo intermedio, il numero delle persone in condizione di povertà assoluta è aumentato considerevolmente. Non vanno poi dimenticati gli effetti dell'implosione che sta gonfiando a dismisura gli informi agglomerati urbani del Terzo Mondo per effetto di un caotico e incontrollato processo di urbanizzazione. Dal 1950 ad oggi la popolazione urbana dei Paesi in via di sviluppo è aumentata di oltre 1 miliardo di unità. Per il 2000 risulterà urbanizzato il 75% della popolazione latino-americana, il 42% di quella africana e il 37% di quella asiatica. Ne deriverà un ulteriore degrado dell'ambiente con il conseguente deterioramento delle già precarie condizioni di vita, destinato ad incrementare a sua volta aggressività e violenza. Le megalopoli del Terzo Mondo diventano così vere e proprie fucine di migranti che, una volta inurbati, anche se insoddisfatti non torneranno più nei loro villaggi nativi o nelle campagne, tentando piuttosto di raggiungere le grandi città dell'occidente.
A questi fattori di ordine economico-sociale si accompagnano quelli di carattere più propriamente culturale. La diffusione della conoscenza dei modelli di vita occidentale, dovuta sia al moltiplicarsi dei rapporti commerciali, sia al turismo che ai pervasivi e persuasivi messaggi televisivi, hanno contribuito ad alimentare aspettative e desideri di fuga. Sul piano politico va ricordato che l'unica risposta data in molti di questi Paesi ai drammatici problemi esistenti e alle istanze di rinnovamento è stata ed è la repressione. Nel Terzo Mondo vi sono infatti numerosi governi militari, dispotici, totalitari interessati, spesso con il sostegno dei Paesi del Nord del mondo, a conservare in ogni modo potere, ricchezza, privilegi.
E per finire i conflitti bellici, le guerre civili, gli scontri tra fazioni, i dissidi di carattere etnico-religioso, o situazioni di grave degrado ambientale hanno contribuito a determinare quelle migrazioni internazionali che, in questi ultimi decenni, hanno assunto una dimensione dirompente e preoccupante e che continuano nella più completa assenza di ordine e di organizzazione.
Non è certo rasserenante l'immagine di un mondo scosso da movimenti di popolazioni di dimensioni bibliche che solcano i mari, scavalcano le montagne, attraversano i deserti alla ricerca non solo del pane ma della pace, della dignità, della libertà (esuli, profughi, rifugiati).
All'azione dei fattori di espulsione operanti nei Paesi di esodo si accompagna quella dei fattori di attrazione presenti nei Paesi di arrivo. Tra questi possiamo ricordare: il fascino (Mito) dell'occidente e dei suoi modelli di vita, il desiderio di ricongiungersi ai familiari espatriati, il forte differenziale retributivo tra i Paesi sviluppati e quelli sottosviluppati, in molti casi amplificato dall'effetto-cambio. A ciò si aggiunge che, almeno in alcuni Paesi, le trasformazioni socioeconomiche in atto sembrano determinare una richiesta di manodopera a basso costo (salari inferiori, evasione degli oneri sociali, previdenziali, fiscali) e ad elevata flessibilità (facile licenziabilità, disponibilità alla mobilità settoriale e geografica, impiego stagionale anche in attività nocive o pericolose, prestazioni di lavoro irregolari per orari, durata, ecc.).
L'IMMIGRAZIONE STRANIERA IN ITALIA
L'immigrazione straniera in Italia è cominciata relativamente tardi e non ha ancora raggiunto le dimensioni di altri Paesi. La presenza degli stranieri è ormai visibile in quasi tutte le medie e grandi città ed è consistente nelle principali aree metropolitane, in cui il processo immigratorio è stato più rapido. A Roma e a Milano la presenza straniera ha ormai superato la soglia di rischio che, secondo ricerche svolte in altri Paesi europei, sarebbe intorno al 5% della popolazione. Il cambiamento non è stato del resto solo quantitativo. All'aumento dei flussi si è accompagnato un significativo cambiamento qualitativo. In particolare si può rilevare:
In alcune città cominciano a manifestarsi forme di rifiuto che tendono a criminalizzare tutti gli immigrati, compresi quelli che vivono e lavorano onestamente. Per questo è necessario conoscere, capire, distinguere le diverse realtà del pianeta immigrazione.
In Italia è possibile individuare diversi tipi di immigrazione che differiscono tra loro per le caratteristiche relative ai soggetti (età, sesso, scolarità), alle motivazioni (economiche, politiche, culturali), al progetto migratorio (a breve-medio-lungo termine), al settore di inserimento lavorativo, alla condizione giuridica (regolare, irregolare), ai problemi, alle aspettative, alle speranze degli immigrati stessi.
L'immigrazione degli arabi del Nord-Africa è la più numerosa. Iniziata negli anni '70 si caratterizza per la forte instabilità, l'elevata mobilità, l'alto ricambio con tendenza all'aumento. Si tratta di un movimento di maschi prevalen- temente giovani, celibi o comunque soli, spinti da motivazioni economiche e progetti migratori a breve o a medio termine, elevata stagionalità e forti caratteristiche d'irregolarità. Il gruppo più consistente è quello egiziano, mentre il più organizzato è quello marocchino. Essi si concentrano in gran parte nelle grandi città dove si inseriscono soprattutto a livello di basso terziario (bar, ristoranti, stazioni di servizio, garage, facchinaggio). Buona parte dei marocchini esercita il piccolo commercio, per lo più abusivamente. Degli immigrati stagionali una parte consistente si indirizza verso le località turistiche dove trova impiego nelle attività alberghiere o nell'ambulantato di spiaggia, e un'altra parte nelle campagne, anche del Meridione, dove è utilizzata nelle attività agricole. Molti sono i disoccupati, disperati con poche lire in tasca, facili prede della micro-criminalità.
Non sorprende perciò che parecchi siano dediti a traffici illeciti, tra cui il trasporto e lo spaccio di droga, o ad altri reati contro la persona e il patrimonio. Molti hanno un discreto livello di scolarità e provengono da grandi città. Quanto a religione, prevalgono i musulmani (l'Islam è in Italia la seconda religione) per effetto della loro presenza.
Nonostante le difficoltà incontrate essi affermano di trovarsi abbastanza bene in Italia anche perché i loro Paesi di origine appartengono allo stesso mondo mediterraneo.
Da segnalare è anche un certo numero di matrimoni tra giovani arabi e ragazze italiane che alcuni perseguono come precisa strategia di inserimento, spesso con un triste seguito di separazioni e di conflitti per i figli.
E' da segnalare infine la crescente presenza di nuclei familiari: gli arabi, nel loro complesso, sono il gruppo più rappresentato nelle scuole italiane.
IMMIGRAZIONE E LAVORO
Nei paesi dell'Unione Europea la popolazione straniera aumenta al ritmo di circa mezzo milione di unità all'anno, di cui 100/150.000 arrivano in Italia, perlopiù irregolarmente. L'Italia ha infatti un primato poco invidiabile: la più alta presenza di immigrati irregolari. Gli extracomunitari sul totale degli stranieri raggiun- gono la percentuale del 76%. L'immigrazione straniera nel nostro Paese è aumentata in modo significativo solo dopo che i Paesi dell'Europa centro-settentrionale, tradizionalmente importatori di manodopera, hanno iniziato a contrastare ulteriori arrivi con misure restrittive che hanno colpito i lavoratori extracomunitari. Per molti di loro il nostro Paese rappresenta soltanto una soluzione di ripiego. Essi affermano che l'Italia è un Paese in cui è più facile entrare e restare (magari illegalmente) accontentandosi di un'occupazione irregolare e precaria. Per tutti coloro che hanno intenzione di emigrare in altri Paesi europei, nel Nord-America o in Australia, ma che, per vari motivi, non possono attuare subito questo progetto, l'Italia costituisce una zona ponte, un'area di provvisorio parcheggio in attesa di mete migliori.
Mentre l'immigrazione nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale ha trovato impiego nelle attività industriali, contribuendo allo sviluppo produttivo di quelle nazioni, in Italia il lavoro degli immigrati non ha assunto un carattere strutturale. Nel nostro Paese infatti il 25% è privo di occupazione, mentre le attività più diffuse sono quelle del basso-terziario: servizio domestico, ristorazione, settore alberghiero, facchinaggio, garage, stazioni di servizio, imprese di pulizia, attività stagionali nel settore agricolo o nell'edilizia. Vanno inoltre ricordate le molte attività malavitose controllate in alcune città italiane da gruppi di immigrati: racket della prostituzione, traffico di droga, reati contro la persona e il patrimonio.
Studiosi e sindacalisti hanno spesso affermato che i lavoratori stranieri in Italia si inserirebbero negli "interstizi" delle attività produttive, cioè in quei lavori rifiutati dai locali. Questi lavori fanno generalmente parte di quell'economia sommersa di cui il lavoro nero costituisce un elemento essenziale.
Per essere più precisi gli immigrati non tanto occupano posti di lavoro rifiutati dai lavoratori nazionali, quanto accettano condizioni di lavoro al di sotto di quei livelli considerati, nel nostro contesto, un'irrinunciabile conquista di civiltà. Ciò ha creato già diversi problemi nel Meridione d'Italia, specialmente nelle regioni più colpite dalla disoccupazione e dalla miseria, tra i locali e gli stranieri, scatenando vere e proprie guerre tra poveri.
COLONIALISMO
Il problema Nord-Sud con tutte le sue drammatiche conseguenze (la fame che colpisce più di un terzo dell'umanità, l'emigrazione forzata di milioni di persone dai Paesi poveri, la distruzione delle culture non europee, le tensioni politiche e sociali internazionali, le guerre locali in continuo aumento) può essere meglio compreso risalendo alle sue origini storiche e cioè all'epoca delle grandi scoperte geografiche (1400-1500).
Il passaggio dalle scoperte alla "conquista" fu quasi immediato in America latina, un po' più lento invece nelle altre parti del mondo.
Il colonialismo europeo ebbe per le popolazioni del continente americano conseguenze devastanti. Molti storici ritengono che, data la rapidità e l'entità del massacro, si sia trattato del più grande genocidio della storia. Le distruzioni e le stragi provocate dai primi <M>conquistadores spagnoli verso i popoli autoctoni dell'America, le malattie da loro introdotte, le deportazioni di interi villaggi indiani, il lavoro forzato nei campi e nelle miniere, decimarono sia le popolazioni più "civili" del Centro America e del Perù, che quelle delle isole caraibiche. In pochi decenni i nativi di Haiti e di Cuba scomparvero totalmente e gli Indiani del Messico passarono da dieci a un milione tra l'inizio e la fine del sedicesimo secolo. Analoga sorte toccò agli Atzechi, ai Maya del Centro America e alle popolazioni incaiche dell'altopiano andino.
Più lento ma inesorabile fu il massacro delle altre popolazioni del nord e del sud del continente Nuovo: pellirosse, indios delle foreste amazzoniche o delle pampas. Queste popolazioni, per quanto decimate, non scomparvero del tutto e si adattarono ad una condizione di vita servile e ad uno sfruttamento intensivo da parte dei conquistatori. Allo sfruttamento si univa anche la deprivazione culturale che si concretizzava nella distruzione della loro civiltà attraverso l'imposizione della cultura e della religione dei vincitori latini e anglosassoni.
Altrettanto drammatica fu la sorte dell'Africa nera. Se l'occupazione sistematica del continente da parte dei bianchi avvenne solo più tardi (1800), gli africani subirono le conseguenze del colonialismo ancor prima di conoscerlo direttamente. Basti pensare al redditizio commercio degli schiavi, tanto richiesti dai latifondisti bianchi delle Americhe. La tratta durò più di tre secoli (1500 - 1800) ed ebbe traumatiche conseguenze per le popolazioni africane. I vari regni furono spinti dagli europei a scatenare continue guerre intestine contro i popoli vicini per fare dei prigionieri da vendere come schiavi. La tratta rendeva e perciò i sovrani africani furono aiutati e rispettati solo se favorivano questo tipo di mercato. I razziatori si spingevano sempre più all'interno in cerca di nuovi schiavi. Fu così che i villaggi si svuotarono e i villaggi furono abbandonati: carestie e fame decimarono le popolazioni, mentre si scivolava verso un progressivo imbar- barimento dei costumi. Qualsiasi prospettiva di progresso e di sviluppo si bloccò. Le strutture gerarchiche dei regni africani si cristallizzarono e l'Africa visse un lungo periodo di involuzione economica, sociale e politica. Se alla fine del 1400 l'Europa aveva nei confronti dell'Africa una superiorità tecnico-scientifica indiscutibile, nel primo '800 il dislivello era divenuto abissale. A questo punto l'Africa, ricca di materie prime, diventò appetibile terra di conquiste per quei paesi europei che vivevano una fase di forte sviluppo industriale e di espansione economica.
Anche il colonialismo africano ha lasciato pesanti eredità alle nazioni nere di nuova formazione. Queste ultime infatti non solo si trovano in condizione di dipendenza economica e politica nei confronti dei Paesi industrializzati, ma vivono le divisioni tribali che più di cento anni di colonialismo hanno acuito a dismisura. Si pensi alla definizione dei confini dei moderni stati africani che, fatte a tavolino dai dominatori, non corrisponde all'unità etnico-culturale dei differenti popoli. Di qui tensioni e conflitti causati da contrasti tra etnie diverse per la conquista della supremazia.
Anche nel continente asiatico (India - Indocina - Indonesia - Filippine - ecc.) il colonialismo ha lasciato dipendenza economica, divisioni, problemi irrisolti...
Il colonialismo europeo per giustificare le conquiste, le violenze, i soprusi sugli altri popoli, si è servito del mito della superiorità dei bianchi, della loro cultura, della loro civiltà, della loro religione. Se gli europei colonizzavano gli altri popoli lo facevano per civilizzare e per cristianizzare genti primitive; la loro era dunque una <M>missione di civiltà. Conseguenza diretta di questa visione eurocentrica del mondo fu il razzismo, paternalista nei confronti di coloro che chinavano il capo, subivano e si adattavano, aggressivo e violento là dove il potere dei bianchi veniva contestato.
GENOCIDIO CULTURALE
Accanto al predominio economico e politico, la colonizzazione mira a distruggere culturalmente l'identità del colonizzato. A scuola si parla al piccolo africano dei suoi antenati, i Galli, e gli si dice che, prima dell'arrivo dei bianchi, vi erano solo dei selvaggi. Viene in tal modo ignorata l'arte, la filosofia, la religione del popolo colonizzato e si compie una vera e propria mutilazione socioculturale.
Questo può spiegare per quale ragione la rivolta dei Paesi del Terzo Mondo sia stata dapprima marcatamente nazionalista. La rivendicazione nazionale della sovranità e dell'indipendenza era un modo per affermare di nuovo se stessi, per ricreare la propria personalità, per ridarsi un'identità.
L'aspetto del genocidio culturale è senza dubbio quello meno conosciuto. Le popolazioni vinte non ebbero il diritto di conservare la propria storia, arte, religione. Nel XVI secolo la lotta di alcuni religiosi cattolici che cercavano di riscattare la cultura dei vinti fu vista come sovversiva ed eretica. I conquistatori vogliono seppellire totalmente la cultura dei popoli conquistati; i racconti, le pitture, i codici, la poesia, espressioni della loro visione della vita, in gran parte sparirono o furono trasportati fuori dall'America in archivi e biblioteche europee.
Ora che la porta dei vinti si è parzialmente aperta, sappiamo che conquista è sinonimo di genocidio. Quando i conquistatori giunsero nel continente americano si scontra- rono con civiltà che avevano migliaia di anni di storia. Questa invasione ridusse, in due secoli, la popolazione indigena, che era di circa 90 milioni, a meno della metà.
Si usa ricordare solo il genocidio dei primi anni della conquista, però sappiamo con certezza che la politica di sterminio non si è mai arrestata e che, anche nel nostro "civile" XX secolo, in forma più raffinata è continuata.
INTERVISTE
L'intervista a un marocchino non può che partire dalla strada. L'incontro avviene in rue Jean-Jaurès, accanto all'Ufficio Visti del Consolato Generale d'Italia a Casablanca.
Siamo in una situazione ideale per cercar di capire i problemi, le ansie e le speranze dei molti marocchini in coda.
D. "Ci può raccontare la sua vita ?"
R. "Ho trent'anni e mi chiamo Said. Sono cresciuto in una zona all'interno del Marocco, in una famiglia di contadini che possedeva anche alcuni animali. Mi sono sposato molto giovane e ho tre figli. Ho lavorato in molte città del Marocco, ma si trattava di lavori precari e non riuscivo a mantenere la famiglia così ho seguito l'esempio di tanti amici e conoscenti che sono andati in Europa per cercare un lavoro e per guadagnare qualcosa da mandare a casa."
D. "Com'è arrivato in Italia ?"
R. "Sono passato dalla Spagna e in treno sono arrivato poi fino a Rimini, dove avevo alcuni amici che vendevano sulle spiagge".
D. "Come si è trovato in Italia ?"
R. "La vita è molto diversa. La lingua è stato il primo problema, poi la casa. Ci chiedono cifre altissime per vivere in molti in una sola stanza. Anche il cibo è diverso, ma ci si abitua. Quello che fa più male è l'atteggiamento di molta gente che pensa che noi siamo in Italia solo per imbrogliare o per rubare".
D. "E i rapporti con la sua famiglia come sono ?"
R. "Vado e vengo. Ci scriviamo e qualche volta telefono. Io ho molta nostalgia ma non posso tornare senza qualche soldo".
D. "Quali sono le sue speranze ?"
R. "Spero di stabilirmi nel mio paese con un po' di soldi per poter continuare l'attività di mio padre più in grande per poterci vivere o per cercare di aprire un piccolo negozio".
Mohamed ha 33 anni, è nato a Casablanca dove attualmente vive. Partì per l'Italia nel 1982. Lavorò in fabbrica a Torino. Seguì dei corsi di formazione professionale e dei corsi di informatica. Lavorò in nero come cameriere vivendo nel timore di essere scoperto. "Se c'erano controlli dovevo nascondermi".
Afferma che il lavoro non è un diritto ma una concessione. Gli italiani gli dicevano: "Avete trovato l'America". Per essere accettati dagli italiani bisogna saper parlare, curare l'abbigliamento e l'aspetto esteriore. Noi aspiriamo a una vita migliore (intesa come possesso di beni di consumo).
Alla domanda su come è stato accolto risponde che "ci sono i buoni e i cattivi dappertutto". Conclude dicendo che molti marocchini vendono la sola mucca o i pochi capi di bestiame che possiedono per comprarsi un biglietto aereo. Vivono poi una vita di stenti ma non lo dicono. Quando tornano a casa vogliono mostrare agli altri i segni esteriori di ricchezza (auto, abiti) e nascondono le difficoltà.
Souad è una bella donna di 35 anni vestita elegantemente. E' separata dal marito marocchino e ha una figlia di 10 anni che vive con lei. Possiede un diploma di scuola superiore e conosce perfettamente sia il francese che l'italiano. In Italia ha seguito il marito che studiava all'università di Bologna. Nel frattempo lei seguiva dei corsi di italiano. Ha trovato un'occupazione nel commercio di ceramiche e piastrelle con i Paesi arabi e francofoni e per otto anni ha lavorato in questo settore. Valuta la sua esperienza positivamente. E' riuscita ad avere delle amicizie, cosa che in Marocco è, specie per una donna, estremamente difficile. In Italia dice: "Ho imparato ad essere me stessa e ad esprimermi liberamente".
Abdessalem è un uomo di circa 45 anni, sposato con un'italiana e padre di tre figli. Partì nel 1970 da Casablanca per Genova da un paese che si trova a 140 km da Casablanca. Il 24 marzo del 1970 si fermò una notte a Genova poi partì per Torino. Fece l'ambulante sia in Italia che in Francia. La merce veniva acquistata a Napoli o a Bergamo e rivenduta dove capitava. Viveva in pensione o in casa di amici. Dato che era clandestino gli davano il foglio di via e allora doveva continuamente spostarsi. Ha poi incontrato una donna italiana con cui si è sposato. Insieme hanno aperto una ditta di import-export. Abdessalem afferma che "l'accettazione dipende dal modo di porsi, da come ci si comporta. Gli italiani sono aperti verso lo straniero e lo accolgono con benevolenza. Se ci si comporta civilmente e si rispettano gli altri non si hanno problemi".
Ahmed da 17 anni lavora in Veneto (Verona e provincia) come saldatore. Ha lavorato in molte imprese con contratto regolare. E' sposato con 5 figli. Proviene da una zona interna del Marocco, caratterizzata da un'agricoltura arcaica, arretratezza cronica, scarso guadagno o reddito precario (in caso di siccità). Nella sua zona mancano le infrastrutture fondamentali e ogni tipo di servizi. Problemi incontrati in Italia: lingua, casa, disoccupazione, razzismo ("non affittano a marocchini, non si fidano"). Desidera tornare perché gli manca la famiglia ("le donne non sono contente quando gli uomini sono lontani") ma "bisogna mettere un po' di soldi da parte", "non siamo pure noi gente di questo mondo?", "non abbiamo il diritto di avere luce, acqua e lavoro?", "qui non si trovano i mezzi per sopravvivere", "le persone che tornavano dall'Italia mi dicevano che da voi si vive felici e con i soldi".
Un ultimo incontro con un berbero, un uomo maturo che dice di essere un professore di matematica. Si dimostra molto aperto e disinvolto. Convive in Italia con una ragazza molto più giovane di lui. Considera l'Italia "un Paese molto libero in cui il rispetto della legge è un po' "artistico". "La gente ha il cuore grande e generoso". "Gli italiani interpretano la religione a modo loro". "Per molti è difficile capire chi è lo straniero perché non sono mai usciti dal proprio Paese e non conoscono altra realtà". "Anch'io ho avvertito sentimenti di disagio, avversione, rifiuto quando sono arrivati nel luogo dove abito in Italia molti albanesi clandestini".
Maura De Barbieri
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